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"I declare before you all that my whole life, whether it be long or short, shall be devoted to your service and to the service of our great Imperial Family to which we all belong"

Queen Elizabeth II

giovedì 2 ottobre 2008

Antonio Caprarica: un'icona di stile

Antonio Caprarica è, per me, una leggenda. Normalmente questo appellativo viene riservato ai protagonisti del passato remoto, personaggi che il tempo ha reso tali, ma nel caso dell'attuale direttore di Radio Rai trovo che leggendario sia un termine appropriato. Con lui condivido la passione per il giornalismo e un'anglofilia che non ammette obiezioni. Quando ha lasciato la sede Rai di Londra ho creduto fosse uno scherzo: impensabile che Lord Caprarica potesse, all'improvviso, preferire la Senna al Tamigi. Com'era abbondantemente pronosticabile, in ogni caso, la corrispondenza dalla capitale francese è durata il tempo di abituarsi a qualche intruglio d'haut cuisine. Una vera fortuna per noi "d'oltremanica", preoccupati per la salute fisica e mentale del nostro giornalista preferito.
Ottimo scrittore, di lui ho apprezzato il libro "Dio ci salvi dagli inglesi... o no?!", uno spassoso ritratto della Perfida Albione condito con aneddoti e storie, alcune anche personali. Molto coinvolgente, in particolare, l'esperienza di Capraricaa Buckingham Palace, ospite della Regina Elisabetta II al banchetto di stato organizzato in onore del Presidente Ciampi. I brividi che, per tutta quella serata, erano corsi lungo la schiena del corrispondente, sono stati magistralmente trasferiti sulle pagine del libro.

Non ho mai conosciuto personalmente Caprarica, benchè abbia avuto l'onore di collaborare professionalmente con alcuni prestigiosi giornalisti Rai i quali, a loro volta, avevano intrattenuto rapporti con lui.

Immagino che, per il sottoscritto, una cena con Caprarica avrebbe un significato speciale: mi farei raccontare ogni dettaglio, ogni storia, ogni sua esperienza maturata nella Capitale inglese.

Per il momento devo limitarmi ai ritratti che altri colleghi hanno realizzato di lui: per questo ho deciso di postare un'intervista a Caprarica che ho trovato su Panorama, realizzata dal collega Stefano Lorenzetto.

Buona lettura.





di Stefano Lorenzetto
13/2/2006

Antonio Caprarica, corrispondente della Rai da Londra, non ha visto la commedia The Philadelphia story diretta e interpretata da Kevin Spacey all'Old Vic theatre; non ingolla daiquiri al Tropicana, brutta copia del night frequentato temporibus illis da Ernest Hemingway all'Avana; non ha mai messo piede nell'hotel Sanderson disegnato da Philippe Starck; non tifa per il Chelsea. Ha invece mangiato (su invito di Giorgio Armani) all'Hakkasan, ristorante cinese fusion che sembra una fumeria d'oppio, e ha visitato la mostra Turner, Whistler, Monet alla Tate Britain. Se ne deduce che Caprarica ha trascurato quattro dei sei santuari proclamati dalla Repubblica simboli «da non perdere», imprescindibili, della «nuova» capitale britannica nell'era di Tony Blair. Il gap culturale appare incolmabile. Anche perché il giornalista del Tg1 non è riuscito nemmeno a confondere Monet con Manet, come invece ha fatto il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari nelle tre pagine dedicate ai fasti del laburismo. Il sospetto è che dentro il petto di questo progressista allevato nel vecchio Pci, con un passato da redattore dell'Unità e da direttore di Paese sera, autore di un giallo profetico in cui già nel 1986 descriveva Bettino Craxi esule a Hammamet, batta un cuore thatcheriano. Tempo per rimediare non ne ha: da metà febbraio Caprarica trasloca, su sua richiesta, nella sede di Parigi. Quasi contemporaneamente pubblicherà per Sperling & Kupfer un libro di 320 pagine, Ma c'è ancora l'Inghilterra?. Risposta scontata: un po' meno, senza di lui. Mediaticamente parlando, erano nati insieme, nel 1997, il politico di Edimburgo, 52 anni, e il cronista di Lecce, 55: il primo conquistando il governo, il secondo la palazzina Rai di Bruton street dove tiranneggia Primo Monaci, dirigente amministrativo convertitosi dall'Atalanta all'Arsenal, noto per la leggendaria tirchieria anglobergamasca: «Non ha mai voluto installare la macchinetta del caffè nel timore che perdessimo tempo in chiacchiere».È la fine di una stagione del costume televisivo. L'ultimo dandy del giornalismo catodico aveva mantenuto in vita fino a oggi lo stereotipo del corrispondente eccentrico, un po' personaggio e un po' guitto, che d'ora in avanti non potrà certo essere incarnato da Giovanni Masotti, il vicedirettore di Raidue catapultato nella capitale britannica. Magari qualche siparietto gli verrà bene pure a Parigi. Ma la Senna non è il Tamigi.Da questo punto di vista Caprarica resta l'unico erede legittimo di Sandro Paternostro, suo predecessore a Londra, un palermitano che giocava a fare l'inglese con pipa, bombetta e garofano all'occhiello del tight, ma anche di quell'indimenticabile Ungaretti della notizia che borbottava: «Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando» agitando la manina destra e cercando di vincere il blefarospasmo proprio come il poeta quando introduceva l'Odissea nella tv in bianco e nero di Ettore Bernabei. «Credo che Sandro, Ruggero e il qui presente» ringrazia, lusingato dal paragone, «siano stati i più longevi, ben 9 anni, in uno stesso ufficio di corrispondenza. Solo Demetrio Volcic ne trascorse a Mosca 11, però in due diversi periodi».Cominciamo con «la domanda delle cento pistole», per usare un'espressione cara a Paternostro. Non siete stati più attori che giornalisti?Mi sono conformato al magnetismo e alla capacità di recitazione dei due illustri colleghi. Un giorno dovevo fare un servizio su una scoperta scientifica: le persone che dormono in posizione fetale sono più buone. M'è venuto spontaneo sdraiarmi sul sofà del mio studio per ricordare che riposava così anche il compagno Stalin, tanto che fu trovato morto rannicchiato nel letto. Eppure, non era un benefattore dell'umanità.La prendo come un'autocritica. Mi spieghi la sua attrazione per il comunismo.Vizio di famiglia. Mio padre, funzionario dell'Inam, veniva dal Psi lombardiano, fu tra i fondatori del Partito socialista italiano di unità proletaria e infine dirigente del Pci. Al liceo Palmieri di Lecce ero tra i leaderini del '68. Primi articoli su Mondo nuovo, settimanale del Psiup. Laurea in filosofia con Lucio Colletti.Marxista atipico che è morto forzista.Io invece sono finito a via dei Taurini, redazione dell'Unità. Aldo Tortorella, il direttore, cominciava a leggere il giornale dalla cronaca di Roma. Per una breve di dieci righe scritta male ci levava la pelle. Il giorno che mi assunsero come praticante ricevetti anche la nomina a capocronista.Quando si dice il rispetto dei contratti.All'esame d'idoneità professionale volevano invalidarmi la prova: un principiante non può dirigere la redazione.
"Se chiedi agli elettori chi è il premier ideale, ti rispondono ancora: Blair"Ci riuscì solo don Andrea Spada, che fu preso all'«Eco di Bergamo» come praticante il lunedì, diventò professionista il martedì, caporedattore il mercoledì, direttore il giovedì e rimase al timone 51 anni.Anch'io ho avuto direttori mitici: dopo Tortorella, Luca Pavolini, Alfredo Reichlin, Claudio Petruccioli, Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte. Il meglio della destra comunista. Una volta chiesi a Chiaromonte: ma come avete potuto, nel 1956, non aprir bocca sull'invasione sovietica a Budapest? «Avrei voluto vedere te a discutere con Palmiro Togliatti» mi rispose. Perché va in video agghindato da lord?I lord hanno i buchi non rammendati nei calzini. Visti con i miei occhi.Non mi pare il suo caso.Lord Chesterfield diceva che l'abito è lo stile del pensiero. Il mio corpo è il mio linguaggio. I telecronisti non sono belle sventole, però con pochi tocchi di colore possono mandare precisi segnali sullo stato d'animo. Prenda le mie cravatte: sono segni d'interpunzione. Il giorno in cui muore la regina non ne indosserei mai una di colore rosa.La sua tinta preferita.Con l'azzurro carta da zucchero.Dove le compra?Tra Jermyn street e Savile row, la zona dove nel '700 nacquero i club dei gentiluomini, interdetta alle donne perbene sino alla fine dell'800.Quante ne ha?Cinque-seicento.Dove si veste?Tutti pensano da un sarto inglese. Invece è salentino come me, di Francavilla Fontana. Si chiama Angelo Galasso. Ha l'atelier in Beauchamp place. È stato lui a inventarsi la doppia asola sul revers della giacca. E le cifre sul colletto della camicia.Un genio.In video qualcuno le ha scambiate per una cacatura di mosca. Galasso ha anche perfezionato la moda lanciata da Giovanni Agnelli: una camicia col polsino forato che consente di tenere l'orologio in vista. È l'unico oggetto italiano esposto al Design museum.Si considera molto vanitoso?Onestamente no. Anche qui ho ereditato da papà, che portava il papillon.Come il povero Vittorio Orefice.Non era il suo pastonista preferito.Il critico televisivo Aldo Grasso l'ha descritta come «uno che ormai mette in scena se stesso prima delle notizie».Questa non l'ho capita. Si riferiva agli attentati di Al Qaeda del 7 luglio. Non mi pareva d'avere gigioneggiato.«Una macchietta da commedia».Un giorno mi spiegherà perché ce l'ha con me. Grasso è un grande critico che tutti stimiamo, e guai a dire il contrario, naturalmente, sennò finisci massacrato. Però assomiglia sempre di più a Pietro Aretino nell'epitaffio dello storico pontificio Paolo Giovio: «Qui giace l'Aretin, poeta tosco, di tutti disse mal fuorché di Cristo, scusandosi col dir: non lo conosco».Era indispensabile quel suo servizio sugli scienziati che misurano l'inquinamento dalla quantità di moscerini spiaccicati sulle targhe delle auto?Era assolutamente superfluo. E sono pronto a dichiarare sotto giuramento che buona parte dei miei servizi da Londra rientra in questa categoria. Invoco un'attenuante: le storie minime contribuiscono a farci capire una nazione che, a dispetto dei voli low cost, rimane assai distante dall'Italia. E che usa la stravaganza per difendersi dal rischio perenne del conformismo.Gli inglesi amano ancora Blair?Un po' meno. La sua popolarità è in calo dopo la guerra in Iraq. I primi cinque anni sono stati di passione travolgente. Ma se chiedi agli elettori chi è il premier ideale, ti rispondono: «Blair».
"La regina è una donna di un'avarizia incredibile"Che tipo è?L'ho capito alla prima intervista che mi concesse nel 1998, durante il vertice del G8 a Birmingham. Fui ammesso nel suo studio. Mi salutò gelidamente rimanendo seduto alla scrivania. Continuava a lavorare con la testa china sulle carte e intanto i tecnici sistemavano il set. Appena udì il clic della telecamera accesa, alzò il capo di scatto sfoderando un sorriso a 32 pollici. È fatto per la tv.Che mi dice della regina Elisabetta II?Se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. È quello che faranno i sudditi quando non ci sarà più. Una donna di un'avarizia incredibile, ma capace di grandi slanci verso cavalli e cani.E del figlio Carlo che cosa pensa?I politici dovrebbero prendere lezione dal principe del Galles. La sua professionalità è straordinaria: ti fa sentire a tuo agio, su un piano di assoluta parità. Ha solo la sfortuna d'essere il più colto e preparato fra gli eredi della corona. Come notava George Bernard Shaw, il Regno Unito ha avuto migliaia di droghieri inappuntabili, ma mai un sovrano inappuntabile.Lady Diana fu assassinata?Assolutamente no. Anzi, l'interesse della casa reale era che diventasse una qualsiasi signora Al Fayed. Gli inglesi non glielo avrebbero mai perdonato.Lei ama la bella vita?Sì. Il che non significa che la pratichi, se non a intermittenza.Quanti soldi le servono al mese per vivere bene?Il doppio di quelli che guadagno.Cioè?Eh no, lo statino no! Londra è molto cara.Lo so.La Coutts bank, dove tiene il conto anche la regina, ha aperto un dibattito su quanto denaro occorre per poter campare di rendita. Appassionante.Bisogna avere un patrimonio pari ad almeno 2,8 milioni di sterline, quasi 8 miliardi di lire. Dieci anni fa bastava 1 milione di sterline.Francesco Merlo sul «Corriere della sera» la accusò d'aver messo in una nota spese da Gerusalemme una bottiglia di vino che costava 1,5 milioni di lire.Ma figuriamoci! Querelai. Causa vinta dopo 11 anni. Il Corriere ha dovuto pagare risarcimento e spese processuali. Merlo aveva preso per buona l'interpellanza di due senatori leghisti. A quel tempo in Rai infuriava una caccia alle streghe sui rimborsi. Era il periodo dei cosiddetti professori. Claudio Demattè presidente, Gianni Locatelli direttore generale, Pier Luigi Celli capo del personale. Tutti e tre ulivisti. Begli amici.Ne fece le spese anche Maria Giovanna Maglie, che fu costretta a dimettersi. Anni dopo Celli s'è pentito.Perché ha chiesto d'essere trasferito a Parigi?Ho raccontato Londra di dritto e di rovescio. Non volevo diventare la versione caricaturale del Big Ben.Mi risulta che la sede fosse molto ambita. Da chi s'è fatto raccomandare?Dagli ultimi vent'anni di lavoro.
"La regina è una donna di un'avarizia incredibile"A Mosca, dov'è stato corrispondente dal 1993, non si trovava bene?Al contrario. È stata una stagione professionale esaltante. Ho visto la nascita del capitalismo nella patria del socialismo. La prima borsa. Il primo night. Il primo locale per gay, Chance si chiamava, aperto nella sacrestia sconsacrata del convento ortodosso Danilovskij. Il primo miliardario.Chi era?Konstantin Borogovoi. Gli domandai: ma come si fa a diventare tanto ricchi in così poco tempo? «Non ho mai sentito di uno che ci sia riuscito onestamente» ridacchiò.Lei fu indicato come direttore in pectore dei Ds, al «Tg1» o al «Tg3», nel 1998, nel 2000 e nel 2002. Nutre qualche speranza per l'aprile 2006?E sarà così nel 2011 e nel 2016. Non ho mai smentito. Sport inutile.In che rapporti è con Massimo D'Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni?Sono tre amici. Molto lontani. D'Alema è quello che conosco meno. Fassino l'ho frequentato quand'ero notista politico dell'Unità. Con Veltroni siamo stati giovani assieme. Fassino ha accostato Clemente Mimun, direttore del «Tg1», a Joseph Goebbels, ministro della Propaganda nazista.Mai evocare Goebbels, nemmeno nella discussione più accesa, con un figlio del popolo che ha subito l'Olocausto.Le piace il modo in cui i tre tg della Rai trattano la politica?No. Li vorrei più britannici. Abolirei il pastone. La politica riguarda la gente, non i messaggi cifrati tra partiti. E con questo penso d'aver messo fine alle voci su una mia possibile direzione.Il miglior direttore che ha avuto il «Tg1»?Albino Longhi.Lo dice perché nell'agosto scorso le ha fatto vincere i 3 mila euro del premio giornalistico Val di Sole?Lo dico perché in un'intervista mi definì il miglior corrispondente della Rai, suscitando parecchi risentimenti.Con Piero Badaloni ed Ennio Remondino lei ha aderito all'appello «Tenete dritta la vostra spina dorsale». Chi non ha firmato va considerato affetto da scoliosi o da servilismo? Siamo in 100-150 ad aver sottoscritto l'esortazione del presidente Carlo Azeglio Ciampi.Pleonastica: è normale che un giornalista tenga la schiena dritta.Sarebbe normale. Ma non è facile.I suoi sponsor per entrare in Rai chi furono?Il direttore generale Biagio Agnes, che mi conosceva, e il direttore del Tg1, Nuccio Fava. Dovevano assumere uno della Dc, uno del Pci e uno bravo. Presero un comunista bravo risparmiando uno stipendio.Bisogna credere alla tv?Con moderazione. In Afghanistan ho visto espugnare tre volte una città in mano ai talebani. Ogni troupe che arrivava pagava un centinaio di dollari e i guerriglieri ripetevano l'assalto.Senta, lei che l'ha conosciuta da vicino, ma 'sta Bbc è davvero quel tabernacolo dell'informazione che tutti dicono?Lo è anche architettonicamente, con le colonne doriche che sorreggono il timpano su cui è scolpito il motto del fondatore lord Reith: «Voi entrate in un tempio delle arti e delle scienze, dedicato alla gloria di Dio e alla diffusione della conoscenza». Ecco, quello sì è un posto dove anche l'ultimo dei cronisti tiene la schiena dritta.

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